NBA 2K20 – Recensione

Apprestarsi a scrivere la recensione di NBA 2K20 vuole dire anche avere la consapevolezza di ritrovarsi di fronte a quella che negli ultimi anni è stata ritenuta da molti la migliore simulazione sportiva in circolazione, non solo nel panorama ristretto dedicato al basket ma anche in quello che abbraccia tutte quante le discipline.

Le novità: una Carriera ad alto livello

In termini di modalità NBA 2K20 resta praticamente identico al suo predecessore, affidando l’unica vera novità alla presenza della lega WNBA, ovvero quella femminile con le sue dodici squadre.



Anche se in realtà ci aveva già pensato EA Sports a suo tempo con NBA Live seguendo la rotta tracciata con FIFA, per la serie NBA 2K si tratta infatti della prima volta che la WNBA viene inclusa.

Con NBA Live 20 almeno per ora desaparecido, fa comunque piacere che la simulazione cestistica di riferimento abbia deciso di compiere questo passo, anche se confinato ad alcune modalità ben precise e non disponibile quindi in tutte quante quelle presenti nel gioco.

La seconda novità riguarda La mia Carriera, tipo di modalità in cui la serie NBA 2K è sempre andata forte, avvalendosi in alcuni casi anche di collaborazioni speciali come quella di Spike Lee per NBA 2K16.

Anche quest’anno il caso è decisamente questo, visto che la storia della modalità carriera è stata messa a punto con il coinvolgimento della casa di produzione SpringHill Entertainment, fondata da LeBron James e Maverick Carter.

Gli altri nomi eccellenti riguardano il cast, all’interno del quale spiccano quelli degli attori Idris Elba e Rosario Dawson che prestano il volto ad alcuni personaggi della storia.

Dopo la parentesi cinese, la storia torna sul suolo americano per raccontarci la storia del suo protagonista soprannominato Che: un nomignolo piuttosto in linea con la sua natura di leader attento ai bisogni dei suoi compagni.

Sin da subito, il nostro Che sarà diviso tra quello che è giusto fare di fronte a scelte altrui di dubbia moralità, fino ad arrivare a mettere in discussione la sua ascesa verso il campionato NBA.

Tra cadute e risalite, la modalità storia di NBA 2K20 non tradisce le aspettative, mettendo sul piatto un racconto maturo e avvincente. Soprattutto inizialmente non si gioca molto, è vero, così come è vero che le scelte sono solo limitate, ma visto che di modalità per giocare semplicemente a basket nel gioco ce ne sono vale senza dubbio la pena lasciarsi prendere dall’aspetto narrativo del gioco.

Per quanto riguarda l’editor, il personaggio è totalmente configurabile sia nell’aspetto fisico che nelle abilità, selezionando parametri di base come peso e altezza, per poi passare alle doti atletiche e al potenziale nei fondamentali che potrà poi esprimere strada facendo.

MyTeam: il basket è un gioco (d’azzardo?)

Iniziamo dalla modalità MyTeam, una sorta di Ultimate Team dedicata alla palla a spicchi che nel corso degli anni si è trasformata sempre di più in un vero e proprio gioco a parte.

Un gioco complesso, pieno di eventi e di regole e in cui il basket, a poco a poco, sembra perdere importanza.

Lo scopo di tutto è ancora una volta costruire una squadra composta da giocatori del passato e del presente, per portarla alla vittoria nelle varie modalità previste. Sono presenti sia opzioni online che offline, sfide settimanali e obiettivi da raggiungere, al fine di ottenere giocatori sempre più forti per un certo periodo di tempo.

In ogni caso, tra le modalità online offerte ci sono sempre Triple Threat e MyTeam Unlimited. Concentriamoci sulla prima, che anche quest’anno consente di scontrarsi contro altri giocatori online in sfide tre contro tre.

Durante le nostre prove non abbiamo riscontrato problemi evidenti di lag (tranne in un caso). Rimane sempre quel piccolo ritardo nella ricezione dei comandi, spesso fastidioso durante i tiri in sospensione, anche se la situazione non è così drammatica.

D’altra parte, i problemi di questa modalità non riguardano tanto il gioco del basket in sé, quanto tutto il contorno.

E veniamo al lato economico della faccenda. Anche quest’anno è possibile acquistare pacchetti con valuta VC (ottenibile anche spendendo soldi veri) o MT, ottenibile giocando.

In questo modo è possibile acquistare giocatori migliori, che tra l’altro quest’anno possono essere protagonisti in più occasioni con carte dal valore diverso. Ad esempio, all’inizio del gioco siamo stati omaggiati di una carta di Derrick Rose, che in sostanza può evolvere nel corso nel tempo.

L’evoluzione, determinata dai risultati del giocatore, porta con sé un miglioramento degli attributi e dei badge.

Al di là di tutto, però, si rimane un po’ perplessi davanti a dinamiche che rasentano in tutto e per tutto il gioco d’azzardo in un titolo PEGI 3, e quindi in teoria adatto a bambini anche molto piccoli.

Ci riferiamo soprattutto alle slot machine della già citata Triple Threat, che si affiancano alla modalità Drop the Ball dell’anno scorso, che in quanto ad aleatorietà della vincita (e perciò azzardo) non scherza nemmeno.

Siamo al solito discorso: non puoi incassare soldi, e quindi legalmente non è gioco d’azzardo, ma li puoi spendere per ottenere una ricompensa non del tutto precisata.

La sensazione quindi è che, almeno in MyTeam, l’impatto delle microtransazioni sia semplicemente impossibile da arrestare, e può arrivare a limitare l’esperienza dei poveri diavoli che tentano di andare avanti a forza di grinding, soprattutto nella modalità Domination in single player.

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