Platone – Teagete

DEMODOCO: Socrate, avrei bisogno di discutere in privato con te di alcune questioni e, se non hai qualche faccenda che sia veramente ì mportante, trova del tempo da dedicarmi.

SOCRATE: Ma certo! Non ho nulla da fare e per te comunque troverei sempre del tempo; se vuoi parlarmi puoi farlo



DEMODOCO: Vuoi che ci ritiriamo in disparte qui, nel portico di Zeus Liberatore?

SOCRATE: Se ti pare opportuno…

DEMODOCO: Andiamo. Socrate, probabilmente tutto ciò che nasce, le piante della terra come tutti gli altri esseri viventi, uomo compreso, si comporta allo stesso modo; e infatti per quanti di noi coltivano la terra è assai facile, per ciò che concerne le piante, preparare tutto ciò che serve prima della semina e poi la semina stessa, ma quando ciò che è stato piantato comincia a crescere, allora la cura della pianta diventa lunga, difficile, laboriosa. E lo stesso capita con gli uomini, a quanto pare, poiché dalla mia esperienza deduco anche le esperienze altrui. Infatti anche per me la generazione e la procreazione – se così bisogna chiamarle – di questo mio figliolo sono state la cosa più facile di tutte, ma il crescerlo è arduo e io sono sempre in ansia e temo per lui. Quanto al resto, dunque, ci sarebbero molte cose da dire, ma il desiderio che al presente nutre mi fa una gran paura – eppure non è certo un desiderio vile, bensì pericoloso – poiché vuole diventarci, Socrate, come dice lui, un sapiente. Infatti credo che certi suoi coetanei del demo lo confondano, ripetendogli alcuni discorsi che ascoltano quando scendono in città, discorsi che egli ha incominciato a invidiare, e ormai da tempo non mi lascia tranquillo, dicendomi che mi devo prendere cura di lui e pagargli qualche sofista perché lo renda sapiente. A me importa ben poco del denaro, ma credo che costui vada incontro a un pericolo non piccolo con ciò in cui vuole impegnarsi. Finora l’ho trattenuto biandendolo, ma dal momento che non sono più in condizione di farlo, ritengo che la cosa migliore sia dargli retta, perché non prenda a frequentare a mia insaputa qualcuno che lo rovini. Dunque ora vengo qui proprio per questo motivo, per affidarlo a qualcuno di questi che appaiono sofisti, e tu quindi sei arrivato al momento opportuno, perché io vorrei assolutamente un tuo consiglio su tali questioni per le quali devo prendere una decisione. Se tu dunque vuoi consigliarmi qualcosa dopo aver sentito da me come stanno le cose, puoi e devi farlo.

SOCRATE: Certo, Demodoco, e si dice che il consiglio sia cosa sacra. E se qualsiasi altro consiglio è sacro, questo che ora mi chiedi lo sarebbe a maggior ragione, poiché non c’è cosa più divina per cui un uomo potrebbe chiedere consiglio che sull’educazione propria e dei propri familiari. Quindi in primo luogo mettiamoci d’accordo tu e io su cosa mai crediamo che sia ciò di cui discutiamo, perché io non intenda una cosa e tu un’altra e poi, a discussione avviata, non ci accorgiamo di essere ridicoli, non pensando alle stesse cose io mentre do consigli e tu mentre li ricevi.

DEMODOCO: Mi sembra che tu parli correttamente, Socrate, e che si debba fare così .

SOCRATE: Io parlo correttamente ma non del tutto, poiché ho da apportare una piccola modifica, dato che penso che questo ragazzino non desideri ciò che noi pensiamo desideri, ma un’altra cosa, e quindi noi siamo ancora più insensati nello scambiarci consigli su qualcosa di diverso da ciò. Pertanto la cosa più giusta mi pare sia cominciare da lui, chiedendogli cosa desidera.

DEMODOCO: Forse quello che proponi è la cosa migliore.

SOCRATE: Dimmi, quale bel nome ha il giovinetto? In che modo lo possiamo chiamare?

DEMODOCO: Si chiama Teagete, Socrate.

SOCRATE: Demodoco, hai imposto a tuo figlio un nome bello e degno di una persona seria.(1) Dicci, Teagete, confermi che desideri diventare sapiente e pretendi che tuo padre ti trovi un uomo tale da renderti sapiente frequentandolo?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: Chiami sapienti coloro che sanno, qualunque cosa sia quella che sanno, o quelli che non sanno?

TEAGETE: Quelli che sanno.

SOCRATE: E allora? Tuo padre non ti ha istruito ed educato in quegli ambiti in cui gli altri, i figli di padri nobili, sono stati educati, come imparare a leggere, a suonare la cetra, a fare la lotta e a cimentarsi nelle altre gare?

TEAGETE: Certo.

SOCRATE: Dunque tu pensi che ti manchi ancora una scienza di cui tuo padre dovrebbe preoccuparsi per te?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: Qual è questa scienza? Dillo anche a noi perché ti possiamo accontentare.

TEAGETE: Anche mio padre lo sa, Socrate – poiché gliel’ho detto spesso – ma te lo dice a bella posta come se non sapesse ciò che io desidero: infatti anche tutte le altre volte mi ha contraddetto e non ha voluto affidarmi a nessuno.

SOCRATE: Ma le parole dette prima sono state dette da te a lui per così dire senza testimoni: ora, invece, prendi me a testimone e dichiara di fronte a me qual è questa sapienza che tu desideri. Su, se desiderassi quella scienza che gli uomini usano per condurre le navi e io mi trovassi a domandarti: «Teagete, di quale scienza hai bisogno, per cui rimproveri a tuo padre di non volerti affidare a coloro presso i quali diventeresti sapiente?», che cosa mi risponderesti? Di quale scienza, cioè, risponderesti di aver bisogno? Di quella nautica, vero?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: Ma se tu desiderassi possedere quella scienza di cui gli uomini si servono per guidare i carri e rimproverassi tuo padre, se io ti domandassi quale è questa scienza, quale risponderesti? Quella dell’auriga, vero?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: Quella che ora desideri non ha un nome o ce l’ha?

TEAGETE: Io credo che ce l’abbia.

SOCRATE: Dunque sai qual è questa scienza ma non ne conosci il nome o lo conosci?

TEAGETE: Lo conosco.

SOCRATE: Qual è? Dillo.

TEAGETE: Socrate, quale altro nome potrebbe avere se non quello dì sapienza?

SOCRATE: Dunque non è sapienza anche quella dell’auriga o ti pare ignoranza?

TEAGETE: Non credo.SOCRATE: Allora è sapienza?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: E come ce ne serviamo? Non ce ne serviamo per saper guidare i cavalli?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: E allora anche quella nautica non è sapienza?

TEAGETE: Così credo.

SOCRATE: Non è dunque quella grazie alla quale sappiamo guidare le navi?

TEAGETE: è questa.

SOCRATE: Ma qual è la sapienza che desideri? Di cosa sappiamo occuparci con essa?

TEAGETE: Degli uomini, credo.

SOCRATE: Degli uomini ammalati?

TEAGETE: No di certo.

SOCRATE: Di quelli infatti se ne occupa la medicina, non è vero?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: Allora è quella sapienza con la quale sappiamo occuparci di coloro che cantano nei cori?

TEAGETE: No.

SOCRATE: Quella infatti non è la musica?

TEAGETE: Certo.

SOCRATE: E allora quella con cui sappiamo occuparci dei ginnasti?

TEAGETE: No.

SOCRATE: Quella infatti è la ginnastica, vero?

TEAGETE: Sì .

SOCRATE: Ma allora cosa fanno gli uomini di cui sappiamo occuparci con questa sapienza? Cerca di rispondermi come io prima ho fatto con te.

TEAGETE: Penso che siano gli uomini che vivono in città.

SOCRATE: E nella città non vivono anche gli ammalati?

TEAGETE: Sì , ma io non intendo questi soli, bensì anche gli altri che vivono in città.

SOCRATE: Forse allora capisco di quale scienza parli: infatti non mi sembra che tu ti riferisca a quella con cui sappiamo guidare i mietitori, i vendemmiatori, i piantatori, i seminatori e i trebbiatori: infatti è l’agricoltura la scienza con cui sappiamo occuparci di costoro, o no?

TEAGETE: Sì .











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