Platone Amanti

Entrai nella scuola di Dionisio e vidi che c’erano lì i giovani più in vista per la loro bellezza e la nobiltà di stirpe, insieme ai loro amanti. Dunque due tra i giovinetti stavano litigando, ma non riuscivo a capire esattamente per cosa.

Tuttavia mi sembrò che stessero litigando per Anassagora o Enopide;(1) mi sembrò anche che tracciassero dei cerchi ed essi imitavano con le mani delle inclinazioni, stando piegati con impegno e fervore. E io – poiché sedevo vicino all’amante di uno di essi – dopo averlo toccato con il gomito chiesi in cosa mai i due fanciulli fossero così seriamente impegnati e dissi: «Che problema importante e bello è quello a cui dedicano così tanta attenzione?».

Ed egli rispose: «Altro che grande e bello! Costoro stanno solo facendo chiacchiere di astronomia e ciance di filosofia».



E io, stupito per la sua risposta, dissi: «Giovanotto, la filosofia ti pare cosa brutta? Perché ne parli in modo così ostile?».

E un altro seduto vicino a lui, un suo rivale in amore, udita la mia domanda e la sua risposta, disse: «Non è da te, Socrate, comportarti così e chiedere proprio a lui se ritiene cosa brutta la filosofia.

Non sai che costui ha trascorso tutta la vita a farsi mettere le mani intorno al collo, a riempirsi il ventre e a dormire? Sicché cosa pensavi ti rispondesse se non che la filosofia è una cosa brutta?».

Dei due rivali in amore questi era versato nella musica, mentre l’altro, che egli aveva biasimato, era dedito alla ginnastica; mi sembrò opportuno allontanarmi da quello che avevo appena interrogato, poiché non dava l’impressione di essere tanto esperto di discorsi ma di cose pratiche, e decisi di interrogare quello che appariva sufficientemente colto, per ricavare qualcosa da lui se avessi potuto. Dissi dunque: «La domanda l’ho fatta a entrambi, ma se credi che potresti rispondere meglio di costui, ti faccio la stessa domanda che ho fatto a lui, se cioè ti sembra che praticare la filosofia sia una cosa bella o no».

Appena ci udirono dire questo, i due ragazzi tacquero e, interrotta la lite, si misero ad ascoltarci. Non so cosa provarono gli amanti, ma io mi sentii venir meno: infatti sono sempre colpito dai bei giovani. Però mi sembrò che anche uno dei due amanti non provasse meno turbamento di me, ma tuttavia mi rispose con molta serietà: «Socrate, il giorno in cui dovessi ritenere la filosofia una cosa brutta, non mi considererei neppure un uomo, come non considererei uomo chiunque la pensasse così », indicando il rivale in amore e parlando a voce alta perché l’amato l’udisse.

E io domandai: «Dunque ritieni che praticare la filosofia sia una cosa bella?» «Certo», rispose. «E allora?», ripresi. «Credi forse di poter sapere se una cosa sia bella o brutta senza sapere prima di tutto cosa essa sia?» «No», rispose.

«Dunque sai in cosa consista il dedicarsi alla filosofia?», domandai.

«Certo», rispose.

«Cos’è?», chiesi.

«Che cos’altro potrebbe essere se non il detto di Solone? Solone infatti disse: “Invecchio sempre molte cose imparando”(2) e mi sembra che così chi vuole dedicarsi alla filosofia debba continuamente imparare, da giovane e da vecchio, per apprendere il maggior numero di cose possibili durante la vita». E dapprima mi sembrò che parlasse in modo sensato, ma poi, dopo averci riflettuto, gli chiesi se ritenesse la filosofia erudizione.

Ed egli rispose: «Certo».

«E pensi che la filosofia sia solo una cosa bella o anche una cosa buona?», chiesi io.

«Anche una cosa buona, certo», rispose.

«Forse allora pensi che l’essere una cosa bella e buona sia una caratteristica peculiare della filosofia o ti sembra essere propria anche di altri ambiti? Per esempio non ritieni che l’amore per la ginnastica sia solo una cosa bella ma anche buona, vero?».

Ed egli, con molta ironia, mi diede due risposte: «Di fronte a costui lasciami dire che non è cosa né bella né buona, invece di fronte a te, Socrate, concordo che è cosa bella e buona: infatti penso in modo corretto».

Allora gli chiesi: «Non credi che anche negli esercizi fisici l’amore per la ginnastica consista in un allenamento continuo?».

E quello rispose: «Certo, come nel dedicarsi alla filosofia credo che l’erudizione sia filosofia».

E io dissi: «Tu credi che i cultori della ginnastica desiderino qualcos’altro se non questo, cioè che essa li porti ad avere una buona condizione fisica?» «Desiderano questo», fu la sua risposta.

Chiesi: «Sono dunque i molti esercizi che portano il corpo a una buona condizione?» «Sì , infatti come si farebbe ad avere una buona condizione fisica facendo pochi esercizi?» E a questo punto credetti di dover tirare in ballo il cultore di ginnastica perché mi aiutasse con la sua esperienza nella ginnastica; quindi gli chiesi: «E tu perché taci, ottimo amico, mentre egli dice questo? Pensi che gli uomini siano in una buona condizione fisica grazie a molti esercizi o a un numero misurato di essi?».

Rispose: «Socrate, credevo che la risposta la conoscesse chiunque, (3) cioè che sono gli esercizi misurati che permettono di acquisire una buona condizione fisica; e perché non lo sa quest’uomo che non dorme, non mangia e ha il collo delicato e incapace di reggere il peso degli affanni?».

E mentre diceva questo, i fanciulli si compiacquero e risero, mentre l’altro arrossì .

E io dissi: «E allora? Tu concedi ora che non sono i molti né i pochi esercizi a contribuire alla buona condizione fisica degli uomini, bensì quelli misurati? O vuoi discutere con noi due di questo argomento?».

E quello rispose: «Con costui discuterei volentieri e so bene che sarei in grado di difendere la mia tesi e ce la farei anche se ne avessi proposta una ancora più sciocca – infatti questa non vale nulla -, però non ho necessità di discutere con te andando contro ciò che penso: sono d’accordo sul fatto che non molti ma misurati esercizi conferiscano una buona condizione fisica agli uomini».

«E i cibi? Dovranno essere misurati o abbondanti. », chiesi.

Anche per i cibi fu d’accordo che dovessero essere moderati.

E lo indussi ancora a convenire, anche circa tutti gli altri casi relativi al corpo, che la giusta misura, e non l’eccesso o il difetto, è la cosa più utile, e pure su questo fu d’accordo con me.

«E per ciò che riguarda l’anima? Le gioveranno gli apporti che le giungano in modo equilibrato o in modo smisurato?», chiesi.

«Quelli che le giungeranno in modo equilibrato», rispose.

«E dunque uno degli apporti all’anima non è forse costituito dalle cognizioni?», domandai io.

Diede il suo assenso.

«Quindi anche di queste giova la misura e non l’eccesso, vero?». Assentì .

«Pertanto chi sarebbe giusto interrogare per sapere qual è la misura adeguata di fatiche e cibi per il corpo?».

Tutti e tre d’accordo rispondemmo che occorreva interrogare il medico o il maestro dì ginnastica.

«E chi sarebbe giusto interrogare riguardo alla giusta misura di semi da piantare?».

D’accordo anche su questo rispondemmo che era il contadino.

«E quanto a seminare e piantare le cognizioni nell’anima, chi sarebbe giusto interrogare se volessimo sapere quante e quali sono in giusta misura?».

A questo punto ci trovammo tutti in gran difficoltà, e scherzando domandai: «Visto che ci troviamo in difficoltà, volete che lo chiediamo ai ragazzi? O forse vi vergognate, come Omero disse dei Proci, poiché pensavano che nessun altro potesse tendere l’arco?».(4) Avendo l’impressione che fossero turbati per l’argomento della discussione, tentai di indagare in altro modo e dissi: «Quali cognizioni soprattutto pensiamo che spetti al filosofo apprendere, dato che non può apprenderle tutte né può apprenderne molte?».

Il più colto dei due prese la parola e disse: «Le cognizioni migliori e più alte, da cui si possa ottenere la più grande fama in filosofia, e la massima fama consisterebbe nel mostrarsi esperto in tutte le arti o almeno nel maggior numero, specie in quelle più nobili, apprendendo quelle che si addicono agli uomini liberi e che sono di pertinenza dell’intelligenza e non del lavoro manuale».

«Dunque non ritieni valido lo stesso principio anche nel’ambito dell’architettura? Anche in questo caso puoi assicurarti un costruttore per cinque o sei mine, ma un valente architetto non lo troveresti neppure per diecimila dracme, e ce ne sarebbero pochi anche tra tutti i Greci.

Non vuoi forse dire qualcosa del genere?», chiesi. Ed egli, dopo avermi ascoltato, convenne che voleva dirmi qualcosa del genere.

Gli chiesi allora se non fosse impossibile che la stessa persona potesse imparare in questo modo due sole arti – figurarsi poi molte e importanti! -, ed egli rispose: «Socrate, non pensare che io sostenga la necessità che il filosofo conosca ciascuna arte con la perfezione con cui lo fa chi possiede quell’arte: intendo dire che è naturale che un uomo libero ed istruito sia in grado più degli altri di seguire le parole dell’artigiano e di dire la sua opinione, sì da risultare il più colto e sapiente tra quelli che sono sempre presenti a quanto si dice e a quanto si fa nelle arti».

E io, poiché ero ancora in dubbio su cosa volesse dire, chiesi: «Capisco bene quale uomo dici che sia il filosofo? Mi sembra sia tale e quale sono i pentatleti (5) in gara contro i velocisti o i lottatori. Infatti i pentatleti restano indietro a costoro nelle singole gare e arrivano secondi rispetto a questi, ma rispetto agli altri atleti arrivano prima e vincono. Forse vuoi dire che anche la filosofia porta coloro che la praticano allo stesso risultato: il filosofo resta indietro a coloro che sono i primi nel possesso delle singole arti, ma avendo il secondo posto è superiore agli altri, e così chi si è dedicato alla filosofia è in ogni campo un poco al di sotto della perfezione. Credo che tu abbia questa idea del filosofo».

«Socrate, mi pare che tu abbia colto nel segno riguardo alla mia concezione paragonandolo al pentatleta. Infatti il filosofo è semplicemente questo, una persona tale da non essere schiavo di nessuna faccenda, da non affaticarsi in nulla esageratamente sì da trascurare tutto il resto per dedicarsi a una cosa sola, come fanno gli artigiani, ma si occupa di tutte con la giusta attenzione».

Dopo questa risposta io desideravo ardentemente sapere con chiarezza cosa volesse dire, e gli chiesi se pensasse che i buoni fossero utili o inutili.

«Senza dubbio utili, Socrate», rispose.

«Allora se i buoni sono utili, i buoni a nulla sono inutili?».

Diede il suo assenso.

«E allora? Consideri i filosofi uomini utili o no?».

Egli concordava con me sul fatto che fossero utili e aggiunse anzi di ritenerli utilissimi.

«Su, cerchiamo di capire se dici la verità: in che cosa ci sono utili questi che stanno sempre al di sotto della perfezione? Infatti è chiaro che il filosofo è inferiore a ciascuno di quelli che esercitano la propria arte».

Fu d’accordo.

«Su», dissi, «se tu o uno dei tuoi amici per i quali hai una grande premura vi ammalaste, volendo riacquistare la salute, faresti venire a casa tua colui che sta al di sotto della perfezione o chiameresti un medico?» «L’uno e l’altro», rispose.

«No», dissi io, «non dirmi entrambi ma chi dei due di preferenza e prima dell’altro».

«Non ci sarebbe da discutere sul fatto che chiamerei il medico di preferenza e prima del filosofo», disse.

«E allora? In una nave sbattuta dalla tempesta a chi affideresti di preferenza te stesso e le tue cose, al timoniere o al filosofo?» «Al timoniere».

«Dunque non è così anche in tutte le altre circostanze, cioè finché c’è lo specialista il filosofo non è utile?» «Così pare», rispose.

«E allora forse il filosofo non ci è inutile? Infatti abbiamo sempre in qualche modo a disposizione gli specialisti: e prima abbiamo convenuto che i buoni sono utili e i buoni a nulla inutili».

Si vide costretto ad assentire.

«Cosa diciamo dopo di ciò? Continuo a farti domande o è troppo scortese continuare a farlo?».

«Chiedi cosa vuoi». «Non cerco altro», dissi, «se non di verificare quanto detto. Le cose stanno così . Abbiamo dato il nostro assenso al fatto che la filosofia sia una bella cosa, al pari degli stessi filosofi, che i filosofi sono buoni e i buoni sono utili, mentre i buoni a nulla sono inutili.

E di nuovo abbiamo dato il nostro assenso al fatto che, finché ci sono gli specialisti, i filosofi sono inutili, e che di specialisti ce ne sono sempre. Non eravamo d’accordo su questo?» «Certo», rispose.

«Allora, in base al tuo ragionamento, siamo d’accordo, pare, che se praticare la filosofia consiste nell’essere competenti nelle arti, come tu dici, i filosofi sono buoni a nulla e inutili, finché le arti esistano tra gli uomini. Ma bada, amico mio, che i filosofi non sono in questa condizione e che far filosofia non consiste nell’interessarsi alle arti né nel vivere da intriganti, perdendo tempo e dedicandosi a tutto, ma consiste in altro, poiché pensavo che questo fosse disonorevole e che fossero chiamati operai coloro che si occupano delle arti. Così sapremo più chiaramente se dico la verità, se mi rispondi: chi sono coloro che conoscono il modo giusto di allevare i cavalli? Quelli che li rendono migliori o altri?» «Quelli che li rendono migliori».

«E allora? Coloro che conoscono il giusto modo di allevare i cani, non sanno anche renderli migliori?» «Sì ».

«Dunque è la stessa arte che rende migliori e alleva nel modo giusto?» «Così mi pare», rispose.

«E allora? L’arte che rende migliori e alleva nel modo giusto, quindi, è la stessa arte che sa anche quali sono gli elementi utili e quelli inutili o è un’altra?» «è la stessa», rispose.

«E vorrai certamente ammettere che questo valga anche per gli uomini: l’arte che rende migliori gli uomini è la stessa che li educa in modo giusto e che sa distinguere gli uomini buoni da quelli che non valgono nulla?» «Certo», rispose.

«E dunque quella che vale per uno vale anche per molti e quella che vale per molti vale anche per uno?» «Sì ».

«E anche per i cavalli e per tutti gli altri esseri viventi?» «Sì ».

«E qual è la scienza che corregge in modo giusto coloro che nelle città sono ribelli e trasgrediscono le leggi? Non è la giustizia?» «Sì ».

«Ed è un’altra scienza quella che chiami giustizia o è questa?» «No, è questa».

«Non è dunque la scienza grazie alla quale si corregge in modo giusto e con cui si possono riconoscere gli elementi buoni e quelli di cattiva qualità?» «Sì , è la stessa».

«E chi riconosce uno, riconoscerà anche molti?» «Sì ».

«E chi non riconosce molti non ne riconoscerà nemmeno uno?» «Dico che è così ».

«Dunque se un cavallo non riconoscesse i cavalli utili e quelli che non servono a nulla, anche di se stesso ignorerebbe com’è?» «Sì ».

«E se un bue non riconoscesse i buoi che non servono a nulla e quelli invece utili, anche di se stesso ignorerebbe com’è?» «Sì », rispose.

«E non è così anche nel caso di un cane?».

Disse di sì .

«E allora? Se un uomo non riconosce gli uomini di valore e quelli che non valgono nulla, non ignorerà forse anche di se stesso se è un uomo di valore o un buono a nulla, dal momento che anche egli è un uomo?».

Fu d’accordo.

«E non conoscere se stessi è essere saggi o non esserlo?» «Non essere saggi».

«Dunque conoscere se stessi è essere saggi?» «Dico di sì », rispose.

«Quindi, a quanto pare, a questo ci esorta l’iscrizione delfica, a esercitarci nella saggezza e nella pratica della giustizia».

«Così pare».

«è con questa stessa che sappiamo correggere in modo giusto?» «Sì ».

«Dunque l’arte con cui sappiamo correggere in modo giusto è la giustizia, mentre l’arte con cui conosciamo noi stessi e gli altri è la saggezza?» «A quanto pare», rispose.

«Giustizia e saggezza sono pertanto la stessa cosa?» «Pare di sì ».

«E dunque in questo modo anche le città sono ben amministrate, quando coloro che commettono ingiustizia pagano il fio».

«Dici la verità», disse.

«E questa è dunque la politica».

Fu d’accordo.

«Che nome ha un uomo quando amministra rettamente una città? Non lo chiamiamo tiranno o re?» «Sì ».

«Dunque governa attraverso l’arte regia e tirannica?» «Sì , è così ».

«E anche queste arti non sono identiche a quelle di prima?» «Così pare».

«E quale nome ha un uomo, quando amministra in modo giusto una casa? Non lo chiamiamo amministratore e padrone?» «Sì ».

«Dunque anche costui non governa bene la casa grazie alla giustizia o lo fa grazie a qualche altra arte?» «Grazie alla giustizia».

«Dunque, pare, per un re, un tiranno, un politico, un amministratore, un padrone, un saggio, un uomo dì giustizia, vale lo stesso. E l’arte è una sola, quella propria del re, del tiranno, del politico, del padrone, dell’amministratore, dell’uomo di giustizia, del saggio».

«Così pare», disse.

«Quando un medico prescrive una medicina ai malati, non è vergogna per il filosofo non poter seguire quanto si dice né contribuire in nulla a quanto si dice o si fa, e così pure quando qualunque altro specialista si comporti in modo analogo, varrà lo stesso discorso. Ma quando si tratta di un giudice o di un re o di qualcun altro di coloro che abbiamo passato in rassegna, non è vergogna per il filosofo non poterli seguire o contribuire in qualcosa?» «E come non sarebbe vergogna, Socrate, non poter contribuire in questioni di quell’importanza?».

«Dunque diremo riguardo a questo», dissi, «che il filosofo deve essere come un pentatleta, cioè sotto il limite della perfezione, e avere in quest’arte il secondo posto in tutte le prove ed essere inutile fino a quando ci sia uno specialista? O diremo che in primo luogo non deve affidare a un altro la propria casa né tenere in ciò il secondo posto, ma deve correggere giudicando in modo giusto, se vuole che la sua casa sia ben amministrata?», chiesi.

Fu d’accordo con me.

«E se gli amici gli affidano una decisione o la città gli ordina di giudicare o aniministrare la giustizia, è vergognoso, amico, che in questo risulti al secondo o al terzo posto e non a guidarli».

«Mi pare che sia così ».

«Dunque, carissimo, siamo molto lontani dal fatto che la filosofia consista nell’erudizione e nell’occuparsi delle arti».

Non appena ebbi detto questo, il ragazzo colto, vergognandosi delle sue parole tacque, il rozzo diede il suo assenso e gli altri approvarono quanto si era detto.

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