Lemuria: tra giganti e miti

Spesso, quando si discute di civiltà perdute e continenti dimenticati, si ricorda in primis Atlantide ed immediatamente dopo Mu. Tuttavia, secondo le leggende ed i miti antichi, l’uomo ricorda anche un altro continente: Lemuria.

Tal volta Atlantide e Lemuria vengono considerati come due continenti con popolazioni differenti. In effetti un profano potrebbe cadere facilmente in questo errore grossolano, in quanto secondo i miti, Atlantide e Lemuria venivano collocati in posti troppo distanti sul globo terrestre, il primo nel Mediterraneo/Oceano Atlantico ed il secondo nell’Oceano Indiano/Oceano Pacifico. Invero, la storia di Atlantide e quella di Lemuria è strettamente interconnessa, in quanto la stessa popolazione che creò la civiltà atlantidea era la stessa che abitò e creò la civiltà di Lemuria. Cerchiamo però di partire dall’inizio, in base agli elementi che abbiamo a disposizione, così da poter sostenere questa ipotesi.



La leggenda di Lemuria balzò alla ribalta negli anni ’60 e ’70 del XIX° secolo. Un gruppo di geologi inglesi aveva notato una strabiliante somiglianza tra fossili e strati sedimentari trovati in India (Stow e Blandford) e in Sud Africa, risalenti al Periodo Permiano,che si estende da 299,0 ± 0,8 a 251,0 ± 0,4 milioni di anni fa ed è l’ultima epoca del Paleozoico. Venne quindi ipotizzato sempre più alacremente che potessero essere esistiti dei ponti di terra emersa, forse anche continenti, che col tempo erano sprofondati negli abissi senza lasciare più alcuna traccia visibile all’occhio umano.

In effetti, nel 1887, Neaumayer parla chiaramente di una penisola, che chiama ‘Indo-malgascia’, che doveva unire l’India e il Sud Africa. Contemporaneamente, tale ipotesi poteva ben combinarsi con gli studi del naturalista E.Heinrich Haekel, per spiegare la distribuzione di una famiglia di lemuri e di animali e piante fossili, sia India che in Sud Africa che in Madagascar. I lemuri sono animali notturni strettamente associati alle scimmie che non sono estinti, ma vivono in notevole numero in Madagascar, un’isola costituita da un altipiano che migliaia di anni fa faceva parte di un continente che il biologo inglese, P.L.Slater, chiamò ‘Lemuria’, per associazione. Originariamente questo si doveva situare nell’Oceano Indiano, ma alcuni “mistici” pensarono di appropriarsi di questa idea e trasferirono la localizzazione di Lemuria nell’Oceano Pacifico,che divenne quindi la misteriosa e mitica sede di una civiltà perduta, spesso confusa con Mu e la teoria della “Terra cava”.

Quando venne avanzata la teoria della deriva dei continenti e quella della tettonica a placche, vennero scientificamente spiegati i fenomeni della distribuzione di strati, fossili e lemuri e quindi l’ipotesi di un antico continente perduto sembrò svanire. La questione dunque nel 1800 sembrò essere spiegata come un mito che nella realtà non trovava alcun tipo di riscontro e per molti anni non se ne parlò più, fino a quando qualcosa di particolare accadde. James Churchward, un colonnello dell’esercito britannico, nel 1874 si trovava in India e conobbe un sommo sacerdote, presso un monastero locale. Questi gli avrebbe fornito importanti rivelazioni su un continente perduto chiamato “Mu”, che mise in un libro e rese pubbliche in “The lost continent of MU”, in italiano “Mu:il continente perduto”.

Secondo questo libro, in certi documenti custoditi negli archivi del tempio Indiano, inviolabili e intoccabili, sarebbero scritte cose incredibili, rievocando le confidenze che avrebbe ricevuto dal monaco, che narravano di un continente perduto nel Pacifico e tali scritti sarebbero stati composti dai nacaal (una comunità religiosa mandata dalla Madreterra nelle colonie per insegnare le sacre scritture, la religione e le scienze).

Churchward ipotizzava che Mu fosse all’apice dello splendore all’incirca 50.000 anni fa e poneva il suo sprofondamento negli abissi circa 13.000 anni fa, con i suoi 64.000.000 di abitanti.

Oggi, di questo esteso continente, non resterebbero che le testimonianze di residue terre emerse, dislocate dalle Isole Marianne a ovest, all’Isola di Pasqua ad est, dalle Hawaii a nord e a Tonga a sud. Churchward non rivelò mai il nome del monaco, nè si seppe mai nulla di queste ipotetiche tavolette di Nacaal, la cui lingua solo lui imparò e tradusse. Nel suo libro cita anche che un certo Niven che portò alla luce una raccolta di tavole. Effettivamente,William Niven nacque nel 1850 e morì nel 1937, fu un mineralogista ed un archeologo e nel 1911 scoprì alcune antiche rovine sotto strati di cenere vulcanica presso una cittadina a nord di Città del Messico, Axcapotzalco.

Per più di vent’anni della propria vita si dedicò alla perlustrazione della Valle del Messico, raccogliendo oltre 20.000 reperti che portò nel suo museo privato nella capitale messicana (poi spostato a Tampico). 2.600 di questi reperti sarebbero stati interpretati da Churchward come segni dell’alfabeto di Mu, simili a quelli riportati sulle tavole Nacaal. Grazie poi alla comparazione con documenti storici preesistenti (come il Manoscritto Troano, il Codex Cortesianus, il Manoscritto di Lhasa, il Ramayana, le iscrizioni del tempio di Uxmal nello Yucatan e quelle del tempio di Xochicalo a sud-ovest di Città del Messico), fu possibile per Churchward definire la storia di Mu:

“Il continente Mu, situato nell’oceano pacifico, era un vasto territorio ondulato che aveva come confine settentrionale le isole Hawaii e come confine meridionale una linea immaginaria tracciata tra l’isola di Pasqua e le Fiji. Da est a ovest misurava 8000 Km e in senso verticale 5000 Km. Mu era ricca di vegetazione tropicale, fiumi, laghi e grandi animali.

Era una sorta di grande giardino dell’Eden. Il continente era abitato da 64 milioni di abitanti, divisi in dieci tribù o stirpi e governati da un re unico (che aveva poteri sia spirituali che temporali), detto Ra-Mu. Il regno di questo monarca venne chiamato “impero del Sole”. La religione seguita su Mu era unica per tutti i suoi abitanti: essi adoravano una divinità che veniva indicata con il nome fittizio “Ra il Sole”, poiché gli abitanti non ne pronunciavano mai il vero nome.

Gli abitanti di Mu credevano nell’immortalità dell’anima e del suo futuro ritorno a Dio. Nel continente Mu non c’erano mai state violenze e si viveva nel benessere e nella prosperità.

Mu, popolata da diverse razze, era dominata dalla razza bianca; le altre genti non avevano posizioni politiche rilevanti. La navigazione era una delle attività preponderanti dei “muani”, tuttavia essi erano anche ottimi architetti e scultori. Il materiale principale utilizzato in queste arti era la pietra.

Mu era divisa in tre grandi zone ed aveva sette città principali. Da Mu partirono navi che raggiunsero tutto il mondo e portarono scienza, religione e commercio. Mu fondò diverse colonie tra cui l’impero coloniale di Mayax in America, l’impero Uighur nell’Asia centrale e nell’est Europeo e il regno dei Naga nell’Asia meridionale.”

Partendo da questo scritto, si capisce immediatamente come sia stato fatto l’errore di accumunare Mu con Lemuria, come se fossero lo stesso continente. Si deducono numerose influenze della cultura del 1800 su Churchward, che certamente non depongono a suo favore in termini di credibilità. Come prima cosa salta l’occhio il fatto che la “razza” dominatrice o principale era quella bianca, mentre le altre genti non avevano gran potere.

 Un chiaro segno della cultura razzista tipica dell’impero britannico di cui lo stesso Churchward ne faceva parte esseno un colonnello dell’esercito di Sua Maestà.

Inoltre il fatto che questa continente avesse così grande ampiezza, mal si con genia con la teoria della deriva, soprattutto per quel che riguarda il confine settentrionale, che identificherebbe la città di Uighur come una delle 7 principali città del continente di Mu, da cui poi Lemuria ed Atlantide sarebbero nate.

Infatti la città di Uighur, che diede nome alla celebre tribù mongola, descritta benissimo nel Milione da Rustichello sotto dettatura di Marco Polo, si trovava e tutt’ora le sue vestigia di trovano al centro del deserto del Gobi, che come è risaputo è collocato a Nord delle regioni montuose del Tibet.

Essa fu scoperta dal russo Koslov, presso Kara Kota. Dal punto di vista geologico, sarebbe difficile comprendere come questa città avrebbe potuto far parte di Mu, sarebbe stato più logico ritenere che si trattasse di un’altra città, ma posta a Meridione delle montagne, per intenderci sul sub-continente indiano.

Infine, è curioso il nome del dio di questa, che riporta al Ra, il dio sole egizio, che per molto tempo non fu permesso di essere nominato dai propri credenti, che lo chiamavano con altri nomi in segno di rispetto. Evidentemente è facile pensare, come poi in questo caso le prove ci dimostrano, che la cultura egizia derivasse da una cultura ancora più antica, proveniente dal Medio Oriente.

Circolano in rete varie dicerie, non sostenute da alcuna evidenza concreta di reperti o di ipotesi con un barlume di serietà. Ad esempio si è ipotizzato che Lemuria fosse stata creata prima di Mu, cosa sciocca, dato che i miti riportano che proprio da Mu si originò Lemuria ed anche Atlantide. Infatti, lo stesso mito di Mu, racconta che questo continente venne meno a causa di un imponente esplosione che fece migrare la popolazione secondo due vie, da cui poi si originò Atlantide e Lemuria.

Altra teoria assurda è quella che le tavolette di Naacal del colonnello inglese furono d’ispirazione per Mosè per le Tavole della Legge. Mi chiedo come si possa solamente pensare una cosa del genere: come dire mettere elefanti e formiche nello stesso recinto.

Leggendo le tavolette, Churchward venne a conoscenza di un fatto curioso e sorprendente: la narrazione dei cataclismi che travolsero il continente 12.0000 A. C.

Essa dice: “Quando la stella Bal cadde là dove ora non c’è che mare, le sette città tremarono con le loro porte e i loro templi.

Scoppiò una grande vampata e le strade si riempirono di fumo denso. Gli uomini tremarono di paura e una grande moltitudine si riparò nei templi e nel palazzo del re. Il re disse: -Forse non l’avevo annunciato?- e gli uomini e le donne vestiti con abiti preziosi e adornati con preziosi gioielli lo implorarono e lo pregarono: -Salvaci, Ra-Mu!- Ma il re predisse loro che sarebbero morti con i loro schiavi e loro figlie e che dalle loro ceneri sarebbe sorta una nuova razza umana.

Helena Petrovna Blavatsky(1831-1891), fondatrice della “Società Teosofica”,nel 1888 sostenne che Lemuria era davvero esistita.

Ne aveva letto in un misterioso libro,intitolato “Libro di Dzyan”,noto anche come “Stanze di Dzyan”, un antichissimo testo scritto ad Atlantide in una lingua ormai estinta,chiamata Senzar. Il manoscritto racchiuderebbe tutta la storia dimenticata dell’Uomo.

 La Blavatsky asseriva che dei Maestri o Mahatma residenti in Tibet, le inviavano messaggi telepaticamente e così sarebbe venuta a conoscenza di questo libro.

Secondo lei, l’umanità è destinata a svilupparsi secondo sette razze, di cui le prime due non sarebbero state esattamente ‘corporee’ mentre la terza, sarebbe stata costituita dai giganti ermafroditi che popolavano Lemuria, mentre la quarta fu quella degli Atlantidei, che conoscevano molto bene la magia e le scienze esoteriche.

Entrambi i due continenti, sarebbero scomparsi in seguito al continuo ricorso alla magia nera. Però tra la popolazione distrutta alcuni grandi iniziati si sarebbero salvati, portando le loro conoscenze segrete e ataviche per tutto il mondo.

Si è ipotizzato che la cultura di Lemuria e Mu fosse stata tramandata per molti millenni dopo la loro scomparsa, attraverso i racconti e le leggende. Gli stessi racconti che furono narrati allo scopritore dell’Isola di Pasqua dai nativi del luogo, eredi di un’antica cultura orma perduta ed estinta. A migliaia di km di distanza da quella piccola isola sperduta nel Pacifico, in Perù si racconta del mito del dio bianco e barbuto Viracocha, oppure in Bolivia di Tiahuanaco in Bolivia. Dal punto di vista geologico e scientifico, l’ipotesi che l’Isola di Pasqua fosse parte di un grande continente sommerso, non è del tutto inverosimile. Infatti, esiste una dorsale sottomarina nell’Oceano Pacifico, detta dorsale dell’Isola di Pasqua, che si estende tra l’Equatore e l’Antartide, prolungamento verso Sud-Ovest della dorsale delle Galàpagos. Le attuali Isole Galapagos sono in effetti chiaramente gli altopiani e i picchi di ciò che resta molto probabilmente di un’isola assai più estesa, o forse un modesto continente. Isole di origine vulcanica,l e Galapagos venivano anche chiamate “isole Incantate”. Sono costituite da svariate isole: I sabela, Santa Maria, Espanola, Santa Cruz, Salvador, Fernandina, Pinta e Marchena per citarne alcune delle maggiori dell’arcipelago; alcune di esse sono completamente disabitate. Vi albergano una flora ed una fauna del tutto particolari.

Dove altrove sul Pianeta terra, alcune specie di uccelli o pesci risultano estinti, alle Galapagos sono caratteristici. Jack Sheppard, in un articolo apparso sulla rivista americana “Fate”,del maggio 1950,sostenne che un presunto continente ora sprofondato, lasciando solo questo arcipelago, aveva nome “Tchachillia”, i cui discendenti oggi vivono divisi in due colonie sulla terraferma, nell’odierno Ecuador. Essi hanno un idioma del tutto peculiare e si definiscono tchachillia: la loro storia si tramanderebbe dalla notte dei tempi, attraverso i loro capi e sarebbero fieri di discendere da antiche genti che un tempo popolavano il continente Tchachillia, di cui le Galapagos sanno essere le vestigia superstiti. La particolarità sta nel fatto che questa popolazione non ha caratteri antropometrici e fisici comuni a quelle degli altri Ecuadoriani, indios o altre razze negroidi, bensì la maggioranza di loro ha gli occhi blu e i capelli chiari.

Difficile capire se all’interno di questo gran guazzabuglio vi sia verità con la storia di Lemuria e se questo continente fosse esistito realmente e dove si trovasse, nel Pacifico o nell’Indiano, o in ambedue gli oceani? Certo è che il mito rende sempre più affascinante questa civiltà scomparsa. Nel corso degli anni sono state fatte numerosissime ricerche, ipotesi per tentare di chiarire il mistero di questo luogo attingendo spesso da leggende, miti tramandati dagli sciamani locali ancora custodi degli antichi saperi di ormai vecchia data. Tra le tante leggende ce n’è una in particolare proveniente dalle isole Caroline narrata da Peter Kolosimo in “Non è terrestre” dove, ancora una volta, sono protagonisti misteriosi “uomini bianchi con strani arti di magia “. Essa racconta:

“Un giorno molto lontano giunsero a Ponhpei, su strane barche lucenti alcuni stranieri bianchi.

Non parlavano la nostra lingua ma portavano con sé genti della nostra razza che noi comprendevamo, benché la loro lingua fosse diversa dalla nostra, per il fatto di aver adottato, da molto tempo i costumi degli stranieri.

Questi ultimi narravano belle favole su una terra che si estendeva dove ora c’è il mare, con edifici meravigliosi e uomini e donne felici.

Gli stranieri ci mostrarono strane arti di magia e così nacquero nell’oceano isole nuove e le nostre navi volarono sulle onde e nessuno nemico per quanto fosse forte e armato poteva abbattere le nostre fortezze.

Ma un giorno venne una grande tempesta che riuscì a fare quello che gli avversari non avevano fatto. Le superbe costruzioni furono distrutte nel corso di poche ore e molte isole che prima rallegravano il mare con i loro fiori e con il canto degli abitanti, sprofondarono negli abissi.

Gli stranieri che sopravvissero ci invitarono a ricominciare il lavoro; ma i nostri conterranei erano troppo pigri e non seguirono le esortazioni dei maestri che anzi cacciarono dalle loro terre. Così il popolo delle isole decadde e il fratello non riconobbe il proprio fratello.” Nacaal

Torniamo ora con i piedi per terra, cercando di far luce su tutta questa serie di mole d’informazioni.

Abbiamo parlato di Lemuria, di che tipo di civiltà poteva abitarla, di quali comunanze ci fossero con Mu ed Atlantide, di come potesse essere dislocata nei due oceani.

Aggiungiamo nuovi elementi più recenti. Nel 1904, nel corso di una riunione dell’ Accademia Scientifica Britannica, Isidoro Geoffrey St. Hilaire fece osservare che, se si volesse classificare l’ isola di Madagascar soltanto in base a considerazioni tratte dalla zoologia, senza riferimenti alla sua posizione geografica, si potrebbe dimostrare che quella terra non è nè africana nè asiatica, ma del tutto differente da entrambe, quasi facesse parte di un altro continente: Lemuria.

Secondo l’inglese Selater, la superficie che adesso è occupata dalle acque del mare del Sud faceva parte di una lunga lingua di terra che comprendeva le isole della Sonda e raggiungeva la costa orientale dell’ Africa. A.R. Wallace avalla questa ipotesi basandosi soprattutto sulla flora e sulla fauna identiche in terre adesso così lontane, senza contare il tipo stesso della composizione delle rocce granitiche comuni al di là delle acque.

Fornisce anzi una propria teoria e nel secondo volume della “Distribuzione geografica degli animali” edito a Londra nel 1876, giunge a precisare che “nell’ emisfero australe siano esistite tre grandi masse di terra che, per quanto simili, rimasero sempre ben distinte”. Il lento evolversi del nostro pianeta, nel suo continuo divenire, il movimento dei mari e dei ghiacciai, le eruzioni di vulcani terrestri e sottomarini, le spinsero lentamente verso il nord, e ciascuna dette vita a quelle che adesso sono l’ Africa del Sud, l’ Australia e l’ America del Sud. A sua volta il prof. H.F. Bleandford in una relazione alla Società Geologica di Londra, parlando delle affinità fra i fossili di animali e di piante rinvenuti in Africa ed in India, avanza la teoria che vi fosse là, dove adesso si stendono le acque dell’Oceano Indiano, una terra che collegava direttamente l’Africa, l’ India meridionale e la penisola di Malacca. Senza contare che se esaminiamo la configurazione geografica dei gruppi delle isole Adlas, Laccadive e Maldive, possiamo facilmente immaginare che questi atolli corallini facessero parte di una catena di montagne ora sommerse. La zona dell’ Oceano Indiano dove avrebbe dovuto trovarsi Lemuria.

Confrontando le due carte di Lemuria rinvenute da W. Scott-Elliot presso una comunità di adepti tibetani che conserva molti resti delle civiltà preistoriche, possiamo meglio osservare il lento evolversi del continente: terre a poco a poco sommerse dalle acque o disgregate dalle eruzioni vulcaniche.

Attualmente ben poco ci è rimasto di quella che fu “la culla dell’ uomo”: le isole del Pacifico e dell’ Oceano Indiano, le coste della Cina e del Giappone, l’ Australia, il Madagascar.

E proprio nel Madagascar come ho detto in precedenza, vive una piccola scimmia che porta lo strano nome di Lemuride.

E’ una scimmietta piccola, vivace, coperta di un morbido e lungo pelo, e si ritiene che sia stato tra i primi mammiferi della Terra.

Nei suoi occhi antichi c’ è forse ancora il ricordo di foreste di felci gigantesche, di enormi dinosauri. In questo mondo di cose che la sovrastavano, la piccola scimmietta conobbe l’ uomo: era un uomo in piena armonia con il paesaggio che lo circondava, era il padrone di quella terra, l’ unica creatura intelligente, era un Gigante.

Non si tratta di fantasia. Rinvenimenti archeologici di provata serietà confermano l ‘esistenza di una razza umana di dimensioni gigantesche che popolò la terra circa 40.000 anni fa.

Un noto paleontologo cinese, Pei Wendchung, scoprì a Gargajan, nelle Filippine, uno scheletro umano alto 5 metri, altri in Cina di 3 metri e mezzo ed ha accertato che la loro età risaliva al 35.000 a.C. Un altro studioso francese, il capitano Lafenechère, durante alcuni scavi effettuati in Marocco, rinvenne utensili ed armi da caccia di dimensioni sbalorditive: una scure a due tagli del peso di 8 kg.

Per impugnare l’ enorme manico occorrerebbe una mano proporzionale ad un uomo alto almeno 4 metri! Altri resti di gigantesche creature sono stati trovati in Siria, nel Pakistan, e nell’isola di Giava. Storicamente, poi, non esiste antico popolo nella cui mitologia sacra o profana non si trovi riferimento a qualche popolo di giganti.

Nella Bibbia ne incontriamo moltissimi e, si badi bene, non se ne parla mai come esseri eccezionali, bensì come una razza diversa, con una sua particolare caratteristica, rappresentata, in questo caso, dalla grandezza delle dimensioni.

Nel VI capo della Genesi si legge: ” Ed erano in quel tempo dei giganti sopra la Terra”, mentre nel XIII libro dei Numeri sappiamo che a Chanaan viveva un’ intera popolazione, i figli di Enach, “paragonati ai quali noi (gli esploratori mandati da Mosè) parevamo locuste”.

E poi i Mfilim e gli Enim del paese di Moab, distrutti da Giosuè, ed Og re di Basan, il cui letto di ferro “ha nove cubiti (m 4,7) di lunghezza e quattro (m. 2) di larghezza” (Deteronomio cap. III).

Senza parlare infine di Golia, anch’esso non fenomeno isolato, ma appartenente al popolo gigantesco dei Kephaim. Alla Bibbia si possono accostare le antiche leggende delle isole Caroline o quelle Tolteche che parlavano del popolo dei Quinametzini, razza di uomini grandissimi che popolavano la Terra e che, a poco a poco, si estinsero in tragiche e feroci lotte prima tra loro stessi, e poi con gli altri uomini, .

Xelua ed i suoi sei frateli, sono invece i giganti dei quali la mitologia messicana racconta la storia.

Scampati miracolosamente ad uno dei terribili cataclismi che dovevano portare alla disgregazione di Lemuria, i sette fratelli vollero ringraziare il loro Dio delle Acque, Tlalos, consacrandogli il monte sul quale si erano rifugiati, ed in suo onore costruirono uno “zacauli”, una costruzione granitica a forma piramidale che avrebbe toccato il cielo se gli altri Dei, gelosi ed irritati dalla loro presunzione, non avessero fatto piovere fuoco sulla terra, causando così la morte dei costruttori.

Ma la ciclopica torre non crollò completamente: la sua enorme base, alta 54 metri, si crede possa essere identificata nella piramide quadrangolare che è stata rinvenuta nella città messicana di Cholula, a 13 chilometri da Puebla.

Una diffusa leggenda indigena sembra confermarlo, narrando che, sulla Terra, vi furono prima Giganti buoni che aiutarono gli uomini ed insegnarono loro molte cose. Il loro re era Tagaro, ed era disceso dal cielo.

Ma vennero poi giganti cattivi e cannibali capeggiati da Suque, che pretesero sacrifici umani, e così fu necessario costruire tavoli di pietra davanti alle loro statue.

Tagaro cercò di frenare la loro crudeltà, ma Suque si ribellò e ne nacque una terribile strage. I Giganti scomparvero, ma gli uomini, temendo ancora la loro collera ed il loro ritorno, continuarono ad erigere statue ed ad offrire vittime. 

 

E’ evidente che gli abitanti di Lemuria non brillarono per la loro civiltà come i figli di Atlantide e Mu, ma piuttosto erano carichi di una agghiacciante crudeltà perchè, come abbiamo visto, non c’è leggenda o riferimento storico che non ne sottolinei la brutalità sanguigna.

Anzi si nota sempre un progressivo decadimento della razza, come se la loro stessa natura feroce sia stata la causa prima della loro scomparsa. D’altronde anche la popolazione di Atlantide, che si dice scomparsa a causa di un maremoto, fu sterminata dagli dei in quanto si comportavano con arroganza e violenza, facendo uso massiccio della “magia nera” per aumentare le loro ricchezze.

Le loro barbarie, il loro essere distruttivi anziché costruttivi, però non passarono inosservate ed alla fine gli dei posero fine a questo loro scelleratezza estinguendoli dal globo terrestre.

L’ insoluto mistero della “Pedra Pintada” (pietra dipinta) può più di ogni altra cosa riflettere tutto l’ orrore dei riti amazzonici. Nell’Amazzonia, in un vasto complesso megalitico si erge un imponente blocco di forma ovoidale al centro di un altipiano poco distante da Tarame.

E’ un enorme monumento di pietra lungo 100 metri, largo 80 ed alto 30. Secondo una tradizione indigena, è la pietra tombale di un gigante biondo, re di un popolo vissuto in tempi remotissimi. Sulla pietra sono dipinti migliaia di segni e di lettere che ricordano la scrittura dell’antico Egitto, la semitica, e l’ebraica.

Vi sono inoltre cavalli, carri e ruote, tutti riprodotti di profilo secondo la tecnica degli Egizi. E già questo lascia notevolmente perplessi perchè gli Indios, all’arrivo dei conquistatori bianchi, non conoscevano nè carri nè ruote e nemmeno cavalli (di cui in origine ne avevano terrore, come riportano le testimonianze scritte dei conquistadores dell’epoca).

Sulla facciata principale del monumento si notano quattro grotte scavate nella pietra, quasi alla sommità si apre una galleria divenuta ormai inaccessibile, mentre sotto il macigno esiste un passaggio che conduceva probabilmente ad una costruzione sotterranea.

Anche questa galleria è agibile solo per 30 metri: alla fine è completamente franata.

Il tedesco prof. Homet, che dedicò la sua vita alla ricerca delle vestigia dei giganti e di una loro precisa collocazione nel tempo, tentò di penetrare il segreto della Pedra Pintada conducendovi accurate ricerche.

Scoprì che tra i detriti che occupavano le quattro grotte molte erano le ossa umane, e ciò gli fece pensare che le caverne fossero state usate come primordiali “tombe comuni”. Ma mentre si trovava all’interno di esse, cominciò a sentire echi impressionanti di suoni e voci lontane. Un incubo assurdo e misterioso sembrava far rivivere con allucinante chiarezza un ignoto passato.

Homet stesso, nel suo libro “Die Sòhne der Sonne” edito nel 1958, ammette di essere stato quasi in stato di trance, e di aver avuto la terrificante visione che segue, così come lui stesso l’ha descritta, per non toglierle niente del suo orrido fascino.

“Accompagnata dai rintocchi di bronzei gong, una gran folla si muoveva. Migliaia di uomini, donne e bambini vestiti di bianco s’avvicinavano lentamente, maestosamente alla Pedra Pintada, per arrestarsi poi dinanzi all’ingresso principale. Una voce risuonò alta, dal cielo, riecheggiò cinque o sei volte sulla massa dei fedeli, che si prostrò, riverente.

Uomini altissimi, in atteggiamento solenne, si staccarono dalla folla e si accostarono al gigantesco monumento di pietra. Uno di loro si pose davanti al dolmen pentagonale della facciata principale; un altro, seguito dai suoi aiutanti, salì sulla seconda piattaforma, un pò più alta, di cui gli astanti potevano vedere soltanto le aperture delle quattro grotte sepolcrali; un terzo, dall’aspetto ancor più imponente, anch’egli accompagnato da assistenti, salì la larga strada tracciata nella roccia, scomparendo allo sguardo dei pellegrini inginocchiati nella pianura.

Salirono quindi lentamente sulle due piattaforme, senza catene e guardiani, appena sostenuti da due “servi della morte”, due uomini nudi. La loro espressione era quella di persone addormentate. Li si distese sulla sommità dei dolmen, la cui tinta rossa cominciò a risplendere ai raggi del sole nascente.

Ancora una volta risuonarono e si ripeterono i misteriosi richiami dall’alto, ed i sacerdoti levarono i coltelli rituali di pietra, affilatissimi, li affondarono nel petto delle vittime, strapparono loro i cuori e li aprirono. Poi, lanciandone i pezzi ai quattro punti cardinali, annunciarono ai fedeli il destino che li attendeva nel prossimo anno”.

Questa visione, riportata da un uomo di scienza, in piena buonafede e con un bagaglio culturale non indifferente, ci fa quasi accettare la validità della “psicometria”, facoltà che renderebbe capaci certe persone particolarmente sensitive di percepire da qualsiasi oggetto, anche una pietra, la visione dei tempi in cui esso si trovava ambientato.

Possibile che la Pedra Pintada sia stata talmente intrisa di olocausti umani, da trasmettercene tutt’ora il messaggio? Possibile che questa razza di Giganti sia stata così crudele da lasciare dietro di sè una così vasta eco di terrore e di orrore?

Perchè non va dimenticato il popolo dei Titani, che troviamo nella mitologia greca, il cui re, Cronos, giungeva addirittura a divorare i propri figli, e quello dei Ciclopi al quale apparteneva Polifemo, che Omero ci descrive in tutta la sua agghiacciante ferocia. Ma non si può credere ad una razza “nata” crudele. Lecito pensare che lo sia diventata solo dopo che i movimenti di assestamento del nostro pianeta avevano cominciato a disgregare Lemuria, costringendo i Giganti ad abbandonare, per sopravvivere, la loro patria, ad emigrare in altre terre a loro ignote, a vivere a contatto con razze diverse sia nell’aspetto che nella cultura e nelle tradizioni.

Tutto ciò è solo pura ipotesi. Le uniche prove che abbiamo materialmente per ricostruire l’affascinante storia di Lemuria sono enormi resti umani, utensili gigantesche, mappe e cartine di un’epoca preistoricha tenute con accortezza da alcuni monaci buddisti tibetani e delle deformazioni degli abissi oceani, Indiano e Pacifico, che possono farci ritenere che un tempo, migliaia di anni fa, in quei luoghi poteva esistere un continente su di cui verosimilmente alcuni uomini e forse anche giganti potessero vivere. Il resto non può ancora oggi essere dimostrato, rimane solo la nostra immaginazione ed il nostro pensiero, che come sempre potrebbero in un futuro prossimo, nemmeno tanto lontano da questo, riuscire a farci capire come sia andata nella realtà, facendo combaciare questa moltitudine di tasselli sparsi nella storia.

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