Massime del Buddha – La Riflessione

Nell’India del VI secolo a.C., periodo in cui si sviluppò il Buddismo, è possibile individuare almeno due modi diversi di accostarsi alla religiosità. Questa divisione, che fu spesso all’origine di accesi dibattiti, nacque da una crescente insofferenza del popolo e della casta dei guerrieri nei confronti della classe dei brahmani.

Questi erano i celebranti del culto più diffuso del paese, il brahmanesimo: la loro funzione principale consisteva nel sacrificare agli dei animali offerti dai fedeli, oltre ché ufficiare le varie funzioni religiose. Il fatto, però, che usassero una lingua completamente sconosciuta al popolo, il sanscrito, per i numerosi riti, e che molto spesso si arricchissero in maniera non indifferente ai danni delle altre persone, li rendeva malvisti e persino odiati ai più.


Fu così che, al fine di cercare una via di salvezza alternativa al brahmanesimo, molti uomini abbandonarono famiglia e beni e cominciarono a mendicare, credendo che la via della privazione fosse quella giusta per uscire dal ciclo delle reincarnazioni e per elevarsi spiritualmente: erano i samana.

Samana e brahmani rappresentarono per molti anni due stili di vivere il sacro completamente in antitesi tra loro, e non erano rari i casi in cui si criticavano gli uni gli altri. Buddha, dal canto suo, che esamineremo in questa ricerca, tentò di mediare il rigorismo ascetico con la ricerca dei piaceri della vita: la filosofia di vita che modellò, infatti, può essere in sintesi intesa come una Via di Mezzo tra questi due estremi, e riassunta nel celebre motto, che troviamo anche a Delfi, sui muri della sede dell’oracolo di Apollo, “Nessun eccesso”.

  1. Il Buddha storico

Il Buddha storico, il principe Siddhatta (“colui che ha raggiunto lo scopo”) Gautama, era figlio del ràja (una sorta di doge) della Repubblica Aristocratica dei Sakija, Suddhodana, che aveva capitale a Kapilavatthu, ai confini tra India e Nepal, alle pendici dell’Himalaya, a 200 chilometri da Benares.

Concepimento, nascita ed infanzia Siddhatta nacque, secondo la Cronologia di Ceylon, la più accreditata, attorno al 563 a.C. Maya, sua madre, sposa prediletta del ràja, in ossequio alle tradizioni del luogo, quando sentì che mancava poco al momento del parto, abbandonò il palazzo di suo marito e si recò alla casa paterna.

Maya era abbastanza serena, nonostante tutti i pericoli che comportasse a quel tempo far nascere un bambino: secondo una leggenda, infatti, la donna sognò che un elefante bianco scendeva dal cielo e deponeva sul suo grembo un fiore di loto, per poi penetrarle interamente nel corpo.

Durante una sosta del lungo viaggio, Maya entrò in uno stupendo giardino, quello del villaggio di Lumbinì, e qui partorì Siddhatta. Qualche giorno più tardi, Asita, un vecchio eremita che viveva sulle montagne, scese in città e fece visita al ràja: aveva previsto, infatti, che il principe appena nato avrebbe avuto successo in politica, ma anche e soprattutto nella sfera religiosa. Suddhodana fu sconvolto della profezia.

Una settimana dopo, la giovane sposa di Suddhodana morì, e il bimbo fu affidato alla sorella della defunta, Mahapajapati, che rinunciò persino ad educare suo figlio, Nanda, per curare la crescita del piccolo. Siddhatta, nel corso degli anni, non dimostrò una particolare predisposizione per le attività militari e motorie.

E’ dubbia anche la sua alfabetizzazione, dato ché, a quel tempo, un guerriero non aveva la necessità di imparare a leggere e a scrivere. Quando il ragazzo era ancora molto giovane, Suddhodana gli progettò un matrimonio combinato, nello stile dell’epoca, con una delle figlie di sua sorella. Ai due sposi furono donati ben tre palazzi: uno per l’estate, un altro per l’inverno ed un terzo per la stagione delle piogge.

Qualche tempo dopo le nozze, Yasodharà, questo il nome della moglie, diede luce ad un bambino, Ràhula. Incontri e rinunce Siddhatta era sempre vissuto ignaro dell’esistenza della sofferenza e del dolore: il padre, infatti, aveva deciso di ammettere a corte soltanto delle persone giovani.

Un giorno, però, mentre stava camminando nella città con un auriga, il ragazzo vide un uomo che si trascinava a fatica sulle proprie gambe: era un vecchio. Avrebbe potuto lui, principe dei Sakija, sfuggire ad una simile sorte? L’auriga rispose negativamente.

Diverso tempo dopo, i due si imbatterono in un tizio che respirava a fatica. Chi era? Era un malato. Siddhatta avrebbe potuto evitare questo destino? No. Successivamente, incontrarono un corteo funebre. Stessa domanda da parte di Siddhatta, stessa risposta dell’auriga.

Nessuno poteva, dunque, sfuggire alla sofferenza? Il ragazzo, giorni dopo, trovò un uomo con la testa rasata che mendicava nelle vie della città: era un samana, un rinunciatario. Costui destò grande ammirazione nel cuore del principe: probabilmente, infatti, una vita del genere avrebbe permesso di sfuggire al ciclo del dolore. Suddhoddana, però, quando il figlio gli chiese di poter abbandonare tutto e di mettersi anch’egli alla ricerca, oppose un severo veto. Fu così che Siddhatta, da figlio ribelle, fuggì di notte dal palazzo assieme al fedele scudiero Channa.

 

La riflessione è la via che conduce all’immortalità,

mentre la mancanza di essa conduce alla morte:

coloro che sono riflessivi, infatti, non muoiono mai,

mentre gli sconsiderati è come fossero già morti.

Quanti hanno chiaro questo concetto praticano
da esperti la riflessione e se ne dilettano, rallegrandosi
di appartenere al gruppo degli eletti.
Costoro, gente accorta. sapiente, meditativa e sempre
in possesso di grandi energie, pervengono
alla Verità Assoluta (nirvana], al sommo bene.

La persona riflessiva, che è riuscita a emergere,

che possiede la consapevolezza di sé, che compie azioni

pure, che agisce con attenzione, che domina i propri

istinti e vive secondo i dettami della legge,

questi vedrà aumentare la propria gloria.

Elevandosì per mezzo della riflessione, dell’introspezione

e del|’autodominio, l’uomo saggio costruisce per sé

un’isola che l’inondazione non può sommergere.

Chi è privo di intelligenza è attratto dalle cose vane,
mentre l’uomo saggio reputa la riflessione
il suo bene più prezioso.
Non lasciatevi attrarre dalle cose vane,
dai piaceri dei sensi e della voluttà, Chi è coscienzioso
e medita raggiunge la felicità suprema.

Chi è attento allontana da sé la negligenza e,

una volta sull’elevata terrazza della saggezza, osserva

gli sciocchi, uomini tormentati dal dolore,

come chi dall’alto di una montagna contempla

la folla nella pianura.

Riflessivo fra gli irriflessivi,

ben desto tra coloro che dormono, l’uomo saggio

procede al pari di un cavallo da corsa, staccando

gli altri come fossero brocchi.

Maghavan (lndra) divenne principe degli dei
grazie alla riflessione. La riflessione è fonte di lode,
mentre l’irriflessione è causa di disapprovazione.
L’asceta, che pratica la riflessione ed è sgomentato
dall’irrìflessione, avanza come un incendio, bruciando
tutti i suoi legami, siano essi grandi o piccoli.

L’asceta, che pratica la riflessione ed è sgomentato

dall’irriflessione, non è possibile che si smarrisca,

ma è vicinissimo al nirvana.

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